mercoledì, maggio 07, 2008, ore 19:18

 

ADORO!!!!!
Ma secondo voi che animali sono? Mucche impazzite?

bartleby
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venerdì, maggio 02, 2008, ore 19:05

Oggi ascolto questa canzone dei Beatles e sono felice.

Blackbird singing in the dead of night
Take these broken wings and learn to fly
All your life
You were only waiting for this moment to arise

Blackbird fly, Blackbird fly
Into the light of the dark black night.

Black bird singing in the dead of night
Take these sunken eyes and learn to see
all your life
you were only waiting for this moment to be free

Blackbird fly, Blackbird fly
Into the light of the dark black night.

Blackbird singing in the dead of night
Take these broken wings and learn to fly
All your life
You were only waiting for this moment to arise,oh
You were only waiting for this moment to arise, oh
You were only waiting for this moment to arise

bartleby
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domenica, aprile 27, 2008, ore 17:08

La maga Laura

 
Venerdì 18 aprile, l’aria  frizzante di questa primavera indecisa  si spegne nell’afa appiccicaticcia di sporco e rumore della stazione Centrale di Napoli, piazza Garibaldi.
IC Plus. Io e D. entriamo nel nostro scompartimento, abbiamo preso i posti vicino all’uscita, lui per allungare meglio le gambe io per potere più facilmente uscire e andare al bagno.
Nello scompartimento ci sono già due persone. Vederle ed essere percorsi da un brivido nell’immaginare il viaggio insieme è tutt’uno.
La donna è piccola e grassa, capelli gialli scomposti, molto trucco, in mano un videofonino sintonizzato su Canale 5 dove guarda una puntata di Amici con avidità.
Di fronte a lei il figlio, un ragazzo adolescente, carino, ma purtroppo la sua mole gli consente a stento di stare seduto nel sedile. Anche lui avvinghiato allo stesso videofonino a guardare Amici, per fortuna con le cuffiette nelle orecchie.
Noi ci sediamo il più esterni possibile, apriamo libri e giornali per fare comprendere la nostra volontà di non socializzare.
Il treno parte. La signora ci chiede se la musica della sua trasmissione televisiva ci dà fastidio, vigliaccamente e a mezza bocca rispondiamo di no.
Ella si rivolge al figlio che si era alzato: “Cosa fai Kevin?”
Se già la loro vista mi aveva annichilito il nome del fanciullo mi ha scioccato! Kevin! Non ci posso credere! Kevin!!
A circa metà del viaggio la signora non ce la fa più a trattenere il suo desiderio di fare conversazione e, rivolta a D. esclama: “Voi siete professore di scuola vero?”
Lui sorride imbarazzato e io le dico: “Quasi, lo diventerà, ora sta studiando per diventarlo” e lei: “Io lo so, l’ho visto, io sono cartomante!”
Ecco. La cartomante in treno, ecco, questa mi era mancata fino ad ora.
A questo punto la signora tira fuori un biglietto da visita e ce lo porge, sopra c’è scritto “La maga Laura”.
Ecco, penso alla fine della corsa vorrà che le paghiamo la parcella.
Da quel momento in poi è tutto un fiorire di previsioni sul nostro futuro.
Quando per puro caso indovina qualcosa che intuisce dalle nostre risposte, esclamava: “Ma io lo vedo! Sono cartomante”.
Ci ha predetto che ci sposeremo fra quattro cinque anni, che dovremo fare dei sacrifici ma che alla fine vivremo felici e contenti e che D. diventerà un famoso professore di scuola.
Chi avesse bisogno di consulenze può trovarla sull’intercity plus che porta a Grosseto!
bartleby
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martedì, aprile 22, 2008, ore 19:55

Ricevo cortesemente da Trenitalia e pubblico:

Gentile Cliente,
siamo spiacenti di comunicarle che non è stato possibile dare corso alla Sua richiesta di bonus, presentata in data 31/03/2008 e relativa al treno 9360 del giorno 21/03/2008.
Il ritardo maturato in corso di viaggio, pari a 22 minuti, non supera il limite di 25 minuti previsto dalla Carta dei Servizi per il riconoscimento del bonus. [...]
Le chiediamo scusa per il disagio subito. 
Cordiali saluti.

Per Trenitalia è quindi nella norma che un treno della categoria Eurostar viaggi con 25 minuti di ritardo e non ritiene che al ventiduesimo minuto un cliente possa chiederne ragione.
AHH signoramia!

bartleby
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domenica, aprile 13, 2008, ore 12:53

Al voto, al voto!

Andare a votare per me è una festa.
Esprimere il mio voto mi fa sentire orgogliosa.
Avere la possibilità di scegliere quello che ritengo sia giusto e utile, non a me, perché quello che serve a me lo trovo più facilmente al supermercato, ma per il governo del mio paese, mi fa sentire di fare parte di una società civile.
Quando ero una bambina, per me il giorno delle elezioni era una festa.
Mi ricordo delle domeniche mattina piene di sole, in cui, tutta la famiglia si metteva in macchina e, come se si stesse andando a fare una gita, ci si dirigeva verso il seggio elettorale.
Allora votavamo lontano da casa perché, negli anni in cui io ero piccola, non avevamo ancora spostato la nostra residenza da Posillipo, dove avevamo abitato nei miei primi anni di vita, al Parco Comola, dove poi siamo rimasti per circa venti anni.
Così il nostro seggio era una scuola elementare a via Posillipo.
L’ubicazione della scuola contribuiva a darmi l’idea di stare partendo per una gita, perché si trovava su un poggio rialzato rispetto alla strada, tutto intorno aveva un giardino che ricordo grande e appoggiati alle ringhiere e crogiolandosi al primo sole di primavera, si poteva guardare il mare.
La nostra non è mai stata una di quelle famiglie in cui tutti andavano d’accordo e i cui si facevano le cose insieme, noi la domenica non uscivamo per fare passeggiate o per andare a pranzo dai nonni. In generale uscivo io con mio padre per stare fuori un paio d’ore e poi tornare a casa a pranzo. Mia madre non veniva mai con noi.
È per questo che le mattine delle elezioni, quando ci vestivamo per uscire tutti insieme per me era un evento pieno di allegria.
Mi ricordo che, arrivati alla scuola elementare, scendevamo dalla macchina e salivamo delle scale per raggiungere la nostra sezione.
Allora l’allegria si mutava in meraviglia e curiosità ed anche un po’ di stupore.
Entravamo nelle aule, alle cui pareti si mescolavano i manifesti con i simboli elettorali e quelli colorati e pieni di disegni fatti dai bambini, legittimi proprietari di quegli spazi.
Ma erano le cabine che suscitavano in me deferenza e timore. Cosa succedeva lì dentro?
Me lo avevano spiegato tante volte cosa sarebbe successo : i miei genitori entravano lì dentro uno alla volta con delle schede e VOTAVANO!
Volevo entrare anche io.
Volevo che mamma ogni volta chiedesse il permesso agli scrutatori, ma loro ogni volta dicevano di no.
Io volevo vedere le cabine dall’interno.
Mi chiedevo se fossero arredate, magari c’era una sedia, chi sa se c’era la luce di una lampadina per aiutare le persone a non sbagliarsi in quella misteriosa operazione del voto.
Quando avevano finito e deposto in quegli scatoloni i loro foglietti colorati uscivamo e io chiedevo sempre: è stato difficile? No, mi rispondevano loro.
Poi andavamo a mangiare il gelato.
Per me il giorno delle elezioni è sempre una festa, da allora.
bartleby
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venerdì, aprile 11, 2008, ore 18:08

Sono molto, molto angosciata.
Perchè so che nulla può essere modificato.
Perchè gli sbagli, i passi falsi, le incertezze, tutte ritornano prima o poi a mostrarsi in tutta la loro canaglieria.
Lo sapevo che gli sbagli si pagano sempre.
Quello che non immaginavo è che si pagassero tanto a lungo.

Sarà che tutta la vita è una strada con molti tornanti,
e che i cani ci girano intorno con le bocche fumanti,
che se provano noia o tristezza o dolore o amore non so.
Sarà che un giorno si presenta l'inverno e ti piega i ginocchi,
e tu ti affacci da dietro quei vetri che sono i tuoi occhi,
e non vedi più niente, e più niente ti vede e più niente ti tocca.
Sarà che io col mio ago ci attacco la sera alla notte,
e nella vita ne ho viste e ne ho prese e ne ho date di botte,
che nemmeno mi fanno più male e nemmeno mi bruciano più.
Dentro al mio cuore di muro e metallo dentro la mia cassaforte,
dentro la mia collezione di amori con le gambe corte,
ed ognuno c'ha un numero e sopra ognuno una croce,
ma va bene lo stesso, va bene così.
Chiamatemi Mimì, chiamatemi Mimì.

Per i miei occhi neri e i capelli e i miei neri pensieri,
c'è Mimì che cammina sul ponte per mano alla figlia
e che guardano giù.
Per la vita che ho avuto e la vita che ho dato, per i miei occhiali neri,
per spiegare alla figlia che domani va meglio, che vedrai, cambierà.
Come passa quest'acqua di fiume che sembra che è ferma,
ma hai voglia se va, come Mimì che cammina per mano alla figlia,
chissà dove va.
Sarà che tutta la vita è una strada e la vedi tornare,
come la lacrime tornano agli occhi e ti fanno più male,
e nessuno ti vede, e nessuno ti vuole per quello che sei.
Sarà che i cani stanotte alla porta li sento abbaiare,
sarà che sopra al tuo cuore c'è scritto "Vietato passare",
il tuo amore è un segreto, il tuo cuore è un divieto,
personale al completo, e va bene così.
Chiamatemi Mimì, chiamatemi Mimì.

Per i miei occhi neri e i capelli e i miei neri pensieri,
c'è Mimì che cammina sul ponte per mano alla figlia
e che guardano giù.
Per la vita che ho avuto e la vita che ho dato, per i miei occhiali neri,
per spiegare alla figlia che domani va meglio, che vedrai, cambierà.
Come passa quest'acqua di fiume che sembra che è ferma,
ma hai voglia se va, come Mimì che cammina per mano alla figlia,
chissà dove va.

Francesco De Gregori, Mimì sarà

bartleby
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lunedì, aprile 07, 2008, ore 20:48

Baco da seta


So che non sono cose da far sapere al mondo a cuor leggero, ma io lo confesso.
So che ci sono degli obblighi sociali oggigiorno e che noi donne ci dobbiamo fare i conti, ma io me ne frego.
So che, ad esempio, dobbiamo essere magre senza dare l'impressione, a tavola, di nutrirci di insalata, che dobbiamo essere in carriera senza dimenticare di fare almeno due figli (che uno solo viene viziato, lo sanno tutti), che dobbiamo vivere di corsa ventiquattr'ore al giorno ma senza avere l'aria stanca o affannata, che dobbiamo sapere cucinare ma anche essere sexy, che dobbiamo sapere tenere in ordine la casa ma anche essere presenti nel consiglio d'amministrazione di almeno un'azienda (semmai produrrà detersivo, tanto per fare prima), che dobbiamo essere pronte a fare le ore piccole la notte, ma dobbiamo essere attive e pimpanti e con la messinpiega appena fatta il giorno dopo.
So tutte queste cose.
Ma confesso lo stesso: di tutte queste cose appena elencate, e di chi sa quante altre ancora mi sono testè sfuggite, io non ne so fare neanche una.
Ma non basta: quando torno a casa dopo il lavoro, assomiglio più ad un baco da seta che ad una donna, allorchè indosso le mie pantofole rosa, di velluto, con sopra un enorme fiore verde senza dimenticare mai di abbinarle ad una tuta da ginnastica, altrettanto rosa.
Mi trasformo quindi da essere umano normale (niente donna con i riccioli svolazzanti, tacchi a spillo e tailleur) a baco da seta desideroso solo di trovare finalmente pace, tutto avvolto nei suoi vestimenti dai colori uun po' troppo vivaci.
Ecco sì, lo confesso.

bartleby
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lunedì, marzo 10, 2008, ore 18:40

La biblioteca del signor Kien

Nella biblioteca del signor Kien c’era grande agitazione.
Come spesso succedeva stavano per arrivare dei libri nuovi, nuovi compagni.
C’era tanto da fare, bisognava trovare spazio per farli accomodare, e nelle diverse sezioni tematiche i libri già si davano battaglia: non sposteranno mica me, diceva il tomo della Fenomenologia dello spirito, un po’ di autorevolezza ce l’avrò anche io, che gli faccia posto qualcun altro.
Era tutto un turbinio di chiacchiere, tutto un vociare su chi sarebbe arrivato, si presumeva, si immaginava, come al solito il libro sulla teoria dei giochi cercava qualcuno con cui scommettere.
Finalmente la porta della biblioteca si aprì.
Entrò il signor Kien che tornava da uno dei suoi viaggi, ormai frequenti, poggiò lo zainetto consunto da tanto vagare e dal gran peso che sempre portava con sé.
I libri trattennero il fiato. Era arrivato il momento di conoscere i loro nuovi compagni.
Per primo venne fuori un grande libro in latino, tutta l’opera di un tale Duns Scoto.
La sezione filosofica ebbe un sussulto: sarebbero stati loro a doversi stringere, magari qualcuno avrebbe perso il suo posticino, guadagnato da tempo, salutare i compagni e venire spostato chi sa dove, speriamo almeno non nella sezione di studi sul cristianesimo, che quelli sì che sono noiosi sul serio!
Poi fu la volta di un libretto in tedesco, piccolo problema a dire il vero. Seguirono un libro di storia delle religioni, uno di diritto costituzionale.
Quando, con grande difficoltà e con disappunto di qualcuno, i nuovi arrivati furono sistemati a dovere, il signor Kien salutò la sua biblioteca e andò a dormire.
L’indomani aveva un treno da prendere ed un appuntamento a cui andare, sicché prima di uscire entrò di nuovo in biblioteca per scegliere qualche libro da portare con sé. Per loro, i libri, era quello il momento più emozionante della giornata. Ognuno di loro voleva essere preso e portato un po’ a spasso, messo in tasca o nello zaino e così vedere un po’ di mondo. Così ognuno di loro aveva la sua tecnica per farsi notare: chi si metteva proprio al limite della mensola rischiando anche di cadere, chi provava a dare una spintarella ai suoi compagni e così restare l’unico in piedi, visibile. A sapere ascoltare un po’ si sarebbero potute sentire tante piccole voci che dicevano: portami con te!
I libri non sono, come tutti pensano, creature statiche, noiose, stanziali, anzi, amerebbero addirittura fare un po’ di moto se la loro struttura cartacea non glielo rendesse difficoltoso. E poi gli piace uscire e sentire i discorsi degli umani, sentire cosa pensano e magari anche dare un parere se qualcuno glielo chiedesse ogni tanto. Conobbi una volta un libro di cucina che non stava mai zitto un attimo, ma quella è un’altra storia, prima o poi la racconterò.
Quella mattina il signor Kien prese con se un paio di libretti, uno che trattava argomenti di stringente attualità e l’altro di racconti di un grande scrittore austriaco, se li mise ognuno in una tasca del cappotto e uscì.
bartleby
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martedì, febbraio 26, 2008, ore 11:48

Le parole sono importanti

 
Come diceva Nanni Moretti in Palombella Rossa.
È vero. Lo sono.
Nella mia terra, mi sono resa conto, ad ogni catastrofe, provocata variamente dagli uomini o dalla natura, è seguito l’ingresso di un termine nuovo nel vocabolario dei suo abitanti.
Mi ricordo nel 1980, l’anno del terremoto, tutti imparammo in pochi giorni e poi tenemmo disponibile in ogni discorso, il termine nuovo fiammante che tutti ci teneva in sospeso: epicentro.
All’epicentro faceva eco anche quello di terremotati.
Tutti eravamo in qualche modo terremotati, dalle case alle scuole, dalle cose alle persone.
I terremotati poi si tramutavano facilmente in abusivi, perché andavano ad occupare le case altrui lasciate incustodite. Così mi ricordo che le famiglie dislocavano un parente a presidiare l’eventualmente posseduta seconda casa, eventualmente rimasta in piedi dopo il sisma, per impedire ai terremotati di occuparla indefinitamente.
Di terremotati ne abbiamo ancora, dopo 28 anni.
Negli anni sono seguiti bradisismo, fenomeno avvincente che ci teneva tutti interessati agli andamenti dei movimenti terrestri a Pozzuoli. La terra un po’ emergeva, un po’ si sommergeva, gettando nello sconforto i locali abitanti.
Adesso siamo in pieno uso del nuovissimo vocabolo: percolato.
Chi sa che cos’è il percolato?
I napoletani e genericamente i campani sì.
Da non confondersi con il più amichevole pergolato, il nostro, è quello schifoso rilascio maleodorante della spazzatura in decomposizione.
Tutti ce l’hanno.
Ma noi di più.
Speriamo che non resti in giro, come i terremotati, per 28 anni.
  
bartleby
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domenica, febbraio 17, 2008, ore 18:49

Il mio letto

Io amo il mio letto.
È della giusta morbidezza, non è troppo duro, non ci si affonda dentro.
È posizionato  in un angolo della stanza, così ho un muro a testa e un altro lungo un lato lungo del letto.
Mi piace, prima di addormentarmi, d’inverno, quando dormo con il piumone (che mi sembra di dormire sotto una coperta fatta di panna), infilare il piede destro tra il materasso e il muro e strofinarlo, il piede non il muro, facendo una specie di mulinello in senso orario. Lo faccio da quando ero piccola e quando cambio letto e non ho un muro nella giusta posizione, faccio fatica ad addormentarmi.
Il mio è un letto singolo.
Mi piacerebbe avere una camera abbastanza grande da consentirmi un letto matrimoniale.
Sospetto addirittura che sia di una misura leggermente più corta rispetto ai letti singoli normali.
È infatti ancora il letto della mia camera di bambina, un letto da incasso, che arrivò a casa mia nel 1979, quando avevo otto anni e mio padre mise a punto la cameretta mia e di mia sorella.
Comprò tutti i mobili nuovi, i letti uguali e due armadi gemelli ed attaccò la carta da parati sui muri.
Ho un ricordo molto vivido e preciso di una domenica sera in cui io, mia madre e mia sorella mangiavamo toast in cucina e lui, con un cappello di carta da muratore in testa, di quelli fatti a barchetta, un grande secchio di colla liquida e un pennello piatto e largo che mi sembrava enorme, spennellava i muri di colla e poi ci attaccava sopra strisce perfettamente allineate di carta da parati. Un lavoro difficilissimo, per me inconcepibile, dato che ancora oggi non so disegnare una linea dritta.
In quella stanza ho vissuto la mia infanzia e la mia adolescenza.
Nel mio letto, guardando il disegno di quella carta da parati (delle piccole piante verdi con le foglie lunghe) mi sono addormentata milioni di volte. Sono stata triste e allegra, agitata, ansiosa, delusa, felice. Tutte le sere per addormentarmi, infilavo il piede nello spazio tra il materasso e il muro.
Nella casa dove vivo adesso il letto è rimasto lo stesso di allora, è rimasto la mia tana, il luogo dove in assoluto preferisco stare al mondo.
Ogni volta che lo lascio per un po’ di tempo, ci sistemo sopra due dei miei pupazzi preferiti, fanno la guardia e aspettano anche loro il mio ritorno.
Aspettiamo insieme il meraviglioso momento in cui finalmente, potrò infilarmi di nuovo sotto il mio piumone, nel mio adorato letto da bambina.   
 
bartleby
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